Passato un anno, più o meno. Anzi, più. Nuovo lavoro, no, nuovi lavori, nuova città, nuova casa, nuovi coinquilini, nuovi amici, nuovi sbattimenti. Ma pochissimi. Mi sono messa nella condizione di non averne perché ogni mia scelta è razionale, ponderata forse anche troppo, ma almeno non si sbaglia e se si sbaglia si fa per errore di calcolo non di sentimento. Nuovo tutto, nuove soddisfazioni e pochissime preoccupazioni. In famiglia, bene. In casa, bene. A lavoro, bene. Poi nevica. Male. Perché la neve ancora non l’ho esorcizzata. La luce del buio quando nevica è diversa. E’ proprio quella lì. Le scarpe, sono quelle, perché sono le uniche che riparano dal freddo. Vedrai, le ho comprate lì, quindi funzionano, come tutto quello che compri lì. Anche il piumino funziona ma l’ho rimpiazzato, e patisco il freddo perché l’odore, non si sa come (forse perché non l’ho mai lavato), è sempre quello. Passato un anno, passata una primavera, un’estate fenomenale, un autunno di assestamenti e poi, a cazzo, la neve che riporta indietro, bastarda, a ricordi del cazzo. Bellissimi, ansiogeni, dolorosi, del cazzo. Ero pronta, l’avevo detto, l’avevo scritto, anzi, ce l’avevo scritto in faccia. Invece no.
Il buio, con la neve, ha quella luce lì, che durava mesi, luuuuuunghi, freddi, pieni. O vuoti? Pieni. Del cazzo. Vabè.
Magari chiudo gli scuri. Ma domattina, la neve ci sarà ancora e io, di tutta risposta, sognerò di essere a Formentera. Come l’anno scorso.